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	<title>Cristiano Marasca</title>
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	<description>Il sito personale</description>
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		<title>L&#8217;assegno di ricollocamento.</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2016 16:03:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Con il Jobs Act viene introdotto l’assegno di ricollocamento per i disoccupati da più di 4 mesi che va ad affiancare l’indennità di disoccupazione (Naspi, Asdi, Dis-coll). I decreti attuativi del Jobs Act hanno dato vita ad una riforma degli ammortizzatori sociali ed approvato l’inserimento dell’assegno di ricollocamento, anche detto assegno di ricollocazione, nel sistema italiano. Consiste in un voucher per i disoccupati che dopo almeno [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Con il Jobs Act viene introdotto l’assegno di ricollocamento per i disoccupati da più di 4 mesi che va ad affiancare l’indennità di disoccupazione (Naspi, Asdi, Dis-coll).<br />
I decreti attuativi del Jobs Act hanno dato vita ad una riforma degli ammortizzatori sociali ed approvato l’inserimento dell’assegno di ricollocamento, anche detto assegno di ricollocazione, nel sistema italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Consiste in un voucher per i disoccupati che dopo almeno quattro mesi di fruizione dell’indennità di disoccupazione ancora restano privi di occupazione.<br />
Il voucher rilasciato non è un assegno utilizzabile come si vuole, infatti consiste in un assegno non tassabile, ma spendibile presso i Centri per l’impiego o soggetti privati accreditati al fine di impiegarli in corsi professionali di sostegno al reinserimento lavorativo. Il disoccupato potrà scegliere liberamente a quale struttura rivolgersi e quest’ultima verrà retribuita dallo Stato o dalla Regione attraverso il voucher soltanto qualora il soggetto trovi effettivamente un’occupazione.<br />
Il suo importo dipende dal livello di occupabilità del disoccupato: più basso è il profilo occupazionale e più alto sarà l’assegno di ricollocamento. Nel caso in cui il disoccupato dovesse rinunciare ad una occupazione adatta al suo profilo professionale o venir meno agli impegni assunti al fine di un suo ricollocamento nel mondo del lavoro si verificherà la riduzione o la sospensione dell’indennità di disoccupazione.<br />
L’assegno di ricollocamento non costituisce reddito spendibile e sia il suo ammontare che le modalità di erogazione vengono stabilite, successivamente all’approvazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con delibera del Consiglio di Amministrazione dell’ANPAL &#8211; l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Per poter richiedere l’assegno di ricollocamento ed ottenere il voucher spendibile presso i Centri per l’impiego o le strutture private accreditate al fine del reinserimento lavorativo il disoccupato deve prima di tutto iscriversi al Portale Unico Registrazione Persone in Cerca di Lavoro per dare comunicazione della propria condizione di disoccupato e di essere disponibile ad un lavoro ed alle iniziative dei Servizi per l’impiego.</p>
<p style="text-align: justify;">Deve poi seguire l’iter riportato:<br />
Recarsi al centro per l’impiego;<br />
Effettuare il colloquio con il personale del Centro per l’impiego utile a tracciare il profilo professionale del disoccupato al fine di inserirlo in una graduatoria in relazione al proprio livello di occupabilità;<br />
Successivamente, il disoccupato contattato dal Centro per l’Impiego dovrà sottoscrivere un Patto di servizio personalizzato, contenente anche l’indicazione circa la sua disponibilità a partecipare ad iniziative formative, corsi di riqualificazione o di politica attiva e ad accettare offerte di lavoro qualora congrue al suo profilo.</p>
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		<title>EBIT index: Risultato ante oneri finanziari</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2015 15:37:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[In finanza il risultato ante oneri finanziari o anche reddito operativo aziendale è l&#8217;espressione del risultato aziendale prima delle imposte e degli oneri finanziari. È molto utilizzato anche l&#8217;acronimo inglese EBIT, che deriva dall&#8217;espressione Earnings Before Interests and Taxes. L&#8217;EBIT esprime il reddito che l&#8217;azienda è in grado di generare prima della remunerazione del capitale, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>In finanza il <b>risultato ante oneri finanziari</b> o anche <b>reddito operativo aziendale</b> è l&#8217;espressione del risultato aziendale prima delle imposte e degli oneri finanziari. È molto utilizzato anche l&#8217;acronimo inglese <b>EBIT</b>, che deriva dall&#8217;espressione <i>Earnings Before Interests and Taxes</i>. L&#8217;EBIT esprime il reddito che l&#8217;azienda è in grado di generare prima della remunerazione del capitale, comprendendo con questo termine sia il capitale di terzi (indebitamento) sia il capitale proprio (patrimonio netto). Nella formulazione degli indici di bilancio è utilizzato per ottenere il ROI (Return on investment, dato da EBIT / Capitale Investito Netto), espressione, appunto, della redditività dei capitali complessivamente investiti in azienda, a prescindere dalla loro provenienza.</p>
<p>L&#8217;<b>EBIT</b> viene spesso associato al margine operativo netto (o MON), ma non coincide concettualmente con esso: oltre alle componenti di reddito operative l&#8217;EBIT ricomprende infatti gli oneri ed i proventi derivanti da gestioni accessorie (ad es. la gestione di immobili ad uso civile per un&#8217;azienda manifatturiera), nonché i proventi finanziari derivanti dalla cosiddetta <i>gestione finanziaria attiva</i>.</p>
<p>Il calcolo dell&#8217;EBIT può essere sintetizzato nella formula:  EBIT = MON + PGA &#8211; OGA + PFIN</p>
<p><center>dove:</p>
<p></center><b>PGA</b> = proventi delle gestioni accessorie</p>
<p><b>OGA</b> = oneri delle gestioni accessorie</p>
<p><b>PFIN</b> = proventi della gestione finanziaria attiva</p>
<p>In aziende che non hanno né gestioni accessorie né una gestione finanziaria attiva, l&#8217;EBIT coincide con il risultato operativo o reddito operativo o margine operativo netto (MON).</p>
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		<title>E.V.A. &#8211; Economic Value Added</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2015 10:45:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si definisce Economic Value Added una metodologia per il calcolo del rendimento di un investimento. Lo scopo del modello è quello di compensare alcune lacune derivanti da determinati indicatori contabili, ad esempio il risultato economico d&#8217;esercizio, il Return on investment (ROI) o il Return on equity (ROE). Essi, infatti sono calcolati su dati storici senza una vera prospettiva reddituale futura, fortemente [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si definisce <strong>Economic Value Added</strong> una metodologia per il calcolo del rendimento di un investimento. Lo scopo del modello è quello di compensare alcune lacune derivanti da determinati indicatori contabili, ad esempio il risultato economico d&#8217;esercizio, il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Return_on_investment">Return on investment</a> (ROI) o il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Return_on_equity">Return on equity</a> (ROE). Essi, infatti sono calcolati su dati storici senza una vera prospettiva reddituale futura, fortemente influenzati da regole giuridiche e fiscali ed infine derivanti da aspettative contrastanti relative ai destinatari dell&#8217;informazione (azionisti, creditori ecc..)</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine degli <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Anni_1980">anni ottanta</a>, la società di consulenza Stern &amp; Stewart sviluppò il modello E.V.A.: essa intendeva colmare le suddette lacune considerando infatti non soltanto la remunerazione del capitale di debito ma anche di quello di rischio, mostrando l&#8217;effettiva capacità dell&#8217;azienda di produrre ricchezza, fornendo alla gestione dati significativi per la programmazione a medio lungo termine.</p>
<p>L&#8217;indice deriva dalla differenza tra il reddito operativo e il costo del capitale impiegato per ottenerlo</p>
<p>E.V.A. = NOPAT &#8211; WACC*CI</p>
<p>In cui:</p>
<ul>
<li>NOPAT (<em>Net Operating Profit After Taxes</em>) = Reddito operativo dopo le imposte;</li>
<li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/WACC">WACC</a>(<em>Weighted Average Cost of Capital</em>) = <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Costo_medio_del_capitale_(WACC)">Costo medio ponderato del capitale</a> raccolto;</li>
<li>CI = Capitale Investito (composto da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Capitale_fisso">Capitale fisso</a>e da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Capitale_circolante_netto">Capitale circolante netto</a>);</li>
</ul>
<p>Per meglio apprezzare la valenza di tale indicatore possiamo riscrivere la formula in questo modo:</p>
<p>EVA = (NOPAT/CI-WACC)*CI</p>
<p>Dove NOPAT/CI è un valore approssimabile al <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Return_on_investment">ROI</a>.<br />
Se EVA &gt; 0 l&#8217;impresa sta creando ricchezza dopo aver remunerato i fornitori di capitale (creditori e soci), viceversa (EVA&lt;0) essa sta distruggendo ricchezza. Un&#8217;impresa con EVA &gt; 0 ha la possibilità di attrarre risorse addizionali al fine di incrementare la ricchezza creata (l&#8217;EVA rimane positivo fin quando il tasso di crescita del NOPAT è almeno pari a quello di crescita del CI).</p>
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		<title>Prestito tra familiari, contro l’accertamento dell’Agenzia Entrate.</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2015 15:49:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se un familiare regala ad un congiunto una cifra consistente di denaro, e si ha intenzione di spenderla per un bene di valore (per esempio, un’auto, una vacanza, un cellulare, ecc.) occorre prendere alcune precauzioni per evitare che, un domani, l’Agenzia delle Entrate possa richiedere con quali soldi è stata sostenuta tale spesa. Facciamo un esempio: se [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se un <strong>familiare </strong> regala ad un congiunto una cifra consistente di <strong>denaro</strong>, e si ha intenzione di spenderla per un bene di valore (per esempio, un’auto, una vacanza, un cellulare, ecc.) occorre prendere alcune precauzioni per evitare che, un domani, l’<strong>Agenzia delle Entrate</strong> possa richiedere con quali soldi è stata sostenuta tale spesa.<br />
Facciamo un <strong>esempio: </strong>se si guadagna 800 euro al mese e si acquista uno smartphone che vale altrettanto è inverosimile che qualcuno possa permettersi un bene di lusso “non necessario” spendendo tutto il proprio stipendio.<br />
Il problema con il Fisco può sorgere facilmente, poiché quest’ultimo possiede strumenti di controllo degli acquisti (<strong>Redditometro</strong>) che incrociano quanto si guadagna con quanto si spende, se viene rilevato uno scostamento superiore al 20% scatta l’allarme rosso. Allora l’ufficio dell’<strong>Agenzia delle Entrate </strong>potrebbe richiedere la provenienza di tali somme e, se non si sarà in grado di fornire la dimostrazione che è stato un regalo, sarà automatico il sospetto che esse provengano da redditi “in nero”, ossia non dichiarati al Fisco.<br />
La <strong>conseguenza </strong>sarà un <strong>accertamento fiscale</strong>, un ricalcolo delle imposte dovute a titolo di Irpef, con le conseguenti <strong>sanzioni</strong>.<br />
Non solo. La donazione può essere interpretata anche come un <strong>prestito</strong> da parte di un soggetto (concedente) in favore di un altro (beneficiario). Risultato: il fisco potrebbe presumere che il concedente maturi <strong>interessi attivi</strong>, e quindi redditi da dichiarare ai fini Irpef, nella propria dichiarazione.<br />
Tutti tali problemi possono essere evitati prendendo alcuni accorgimenti.<br />
La cosa più semplice da fare, per documentare l’origine delle somme avute in dono, è quella di utilizzare, per il loro spostamento da un soggetto a un altro, degli strumenti tracciabili come un <strong>assegno non trasferibile</strong> o un <strong>bonifico bancario</strong>. Tra i due è preferibile comunque il bonifico poiché nella causale si potrà sempre scrivere “regalo di papà” o frasi similari che provano la liberalità. Si tratta, in entrambi i casi, di modalità che lasciano un “segno”, una traccia nei registri degli istituti di credito (estratti conto compresi) e che potranno, in qualsiasi momento, essere esibiti al fisco. Senza contare che già la stessa amministrazione è capace di verificare, con i propri strumenti telematici (la cosiddetta <strong>Anagrafe dei rapporti finanziari</strong> o, più volgarmente detta, <strong>dei conti correnti</strong>) ogni movimentazione dei rapporti bancari.<br />
Ma ciò potrebbe non bastare. Infatti, la semplice tracciabilità del pagamento, sebbene è in grado di dimostrare la <strong>provenienza </strong>delle somme, non prova invece il <strong>titolo </strong>(la ragione) per cui tali somme sono state elargite (per es. se per un semplice regalo, o per un prestito fruttifero di interessi).<br />
E allora, sarà necessario cautelarsi anche firmando una <strong>scrittura privata</strong>. E ciò vale nonostante le parti, come detto, siano parenti strettissimi e siano solite aiutarsi reciprocamente. Ribadiamo che il problema può sorgere solo laddove le somme trasferite siano consistenti (quindi, al di là di poche decine di euro).</p>
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		<title>Il temporary Management</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Sep 2014 13:39:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per Temporary Management si intende l’affidamento della gestione di un’impresa o di una sua parte a manager altamente qualificati e motivati, al fine di garantire continuità all’organizzazione, accrescendone le competenze manageriali già esistenti e risolvendone al contempo alcuni momenti critici, sia negativi (tagli, riassestamento economico e finanziario) che positivi (crescita, sviluppo di nuovi business). Per [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per <strong>Temporary Management</strong> si intende l’affidamento della gestione di un’impresa o di una sua parte a manager altamente qualificati e motivati, al fine di garantire continuità all’organizzazione, accrescendone le competenze manageriali già esistenti e risolvendone al contempo alcuni momenti critici, sia negativi (tagli, riassestamento economico e finanziario) che positivi (crescita, sviluppo di nuovi business).<br />
Per il <strong>successo di un intervento</strong> <span style="text-decoration: underline;">è fondamentale che al temporary manager vengano fornite tutte le opportune leve</span> (soprattutto poteri e deleghe, laddove necessario).<br />
Il Temporary Management rappresenta di fatto <strong>una terza via</strong>, accanto alla consulenza e alla dirigenza tradizionale.<br />
L&#8217;attività di temporary management, definita in Europa interim management, nasce dal concetto di manager temporaneo o temporary manager, una figura molto diffusa nei sistemi economici dei Paesi di cultura anglosassone e del Nord Europa; va a soddisfare due specifiche esigenze aziendali: <span style="text-decoration: underline;">coprire un vuoto temporaneo</span> nell&#8217;organizzazione, oppure <span style="text-decoration: underline;">gestire un cambiamento</span>. In sintesi possiamo dire che per un periodo di tempo definito, gestiscono un&#8217;impresa, una sua parte, oppure realizzano un progetto e se ne vanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché le organizzazioni devono chiamare un temporary management esterno?<br />
Semplicemente perché all&#8217;interno non hanno una risorsa adeguata, <span style="text-decoration: underline;">oppure perché nessuno all&#8217;interno dell&#8217;organizzazione è bene che si cimenti col problema individuato</span>.<br />
Il temporary manager è una risorsa senior in termini di professionalità e di esperienza. Un manager che abbia lavorato con successo e per molti anni in aziende dalle dimensioni diverse, maturando una notevole professionalità unita ad una elevata flessibilità e adattabilità alle diverse situazioni aziendali.<br />
Gli interventi di temporary management possono durare dai 6/9 ai 36 mesi a seconda della complessità e dell&#8217;ampiezza delle responsabilità aziendali. <span style="text-decoration: underline;">Possono fruire del servizio sia le grandi, che le medie, che le piccole imprese</span>.<br />
Gli ambiti di intervento invece possono variare dalla Direzione Generale alla Direzione Amministrazione-Finanza e Controllo; dalla Produzione alla Logistica e agli Acquisti; dal Marketing alle Vendite; dalle Risorse Umane all&#8217;Information Technology, al Project Management.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’avvento della crisi economica e il suo impatto sul tessuto imprenditoriale nazionale e Marchigiano in particolare, fatto perlopiù di piccole e medie imprese, il manager “in affitto” può essere la soluzione ideale per quelle realtà aziendali in difficoltà o che stentano a decollare. Realtà che non hanno la possibilità di avere professionalità e risorse umane di questo genere sia per motivi fisiologici legati alla dimensione aziendale, sia per motivi strettamente economici e che hanno bisogno di riconfigurarsi o affrontare al meglio le nuove sfide per superare questo momento difficile.</p>
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		<title>La formula del cambiamento&#8230;.</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Sep 2014 15:55:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C = V x I x Pp &#62; R . &#8220;Il Cambiamento (C) si realizza quando la Visione (V) del futuro per l&#8217;Insoddisfazione (I) del presente per la voglia di fare il Primo passo (Pp) è maggiore della Resistenza (R) ad accontentarsi della propria situazione.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><strong>C = V x I x Pp &gt; R</strong></div>
<p><span style="color: #000000;">.</span></p>
<div id="_mcePaste">&#8220;Il Cambiamento (C) si realizza quando la Visione (V) del futuro per l&#8217;Insoddisfazione (I) del presente per la voglia di fare il Primo passo (Pp) è maggiore della Resistenza (R) ad accontentarsi della propria situazione.</div>
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		<title>Mobile banking, opportunità o rischio?</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jul 2013 09:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ne è passato di tempo dal quel lontano 1973, quando venne fatta la prima telefonata tramite un telefono cellulare. I primi telefonini pesavano oltre un chilo, si portavano dietro attraverso una valigetta necessaria per ricaricarli e avevano una autonomia di soli 55 minuti di conversazione. I cellulari che possiamo definire “moderni” a prezzi accessibili, sono [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-438" title="mobile" src="http://www.cristianomarasca.it/wp-content/uploads/2013/07/mobile-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Ne è passato di tempo dal quel lontano 1973, quando venne fatta la prima telefonata tramite un telefono cellulare. I primi telefonini pesavano oltre un chilo,  si portavano dietro attraverso una valigetta necessaria per ricaricarli e avevano una autonomia di soli 55 minuti di conversazione.<br />
I cellulari che possiamo definire “moderni” a prezzi accessibili, sono comparsi in Italia solo nella seconda metà degli anni  90, cominciando quella capillare diffusione che vede il boom di vendite nel 2000.<br />
Da allora, il feeling degli Italiani con questo dispositivo si è talmente accentuato, tanto che dal 2009 i minuti di conversazione effettuati tramite dispositivi mobili hanno superato quelli realizzati con la rete fissa.<br />
All’inizio il cellulare serviva solo per chiamare o inviare sms; poi, sono cominciare ad apparire funzionalità aggiuntive: la sveglia, l’ascolto della radio e la possibilità di scattare foto (solo per indicarne alcune).<br />
Oggi i moderni smartphone, offrono numerose altre funzionalità, possibili anche grazie al capillare  sviluppo della rete internet. Questa evoluzione, sta cambiano anche il modo di offrire servizi e di fare Marketing da parte delle Aziende e anche le banche si sono dovute adeguare a questi cambiamenti, riprogettando le proprie strategie o sviluppandone di nuove nell’offrire i servizi on line.<br />
Mobile banking: non si tratta solo di fare le stesse operazioni bancarie in una maniera un po’ diversa da quella tradizionale. L’utilizzo delle tecnologie cambia anche l’approccio del risparmiatore, i suoi comportamenti e persino le sue decisioni finanziarie. I risparmiatori che usano il mobile banking sentono di avere più controllo del proprio denaro, intensificano il rapporto con la banca, vanno meno in rosso e pagano in tempo le bollette. Inoltre i social media stanno cominciando a svolgere un ruolo importante nella maniera di decidere come investire i soldi.  Recenti indagini di mercato su un campione di 11mila utenti bancari in 12 diversi Paesi, ci informano di come un italiano su quattro ricorre al mobile banking,  e si stima che nel giro dei prossimi sei mesi una considerevole fetta dei &#8220;non utilizzatori&#8221; potrebbe convertirsi e passare ai servizi bancari su smartphone e tablet. Una vera e propria valanga di nuovi utenti, che potrebbero essere potenzialmente 700-800mila soltanto in Italia. <span style="text-decoration: underline;">Per una volta, l&#8217;Italia non è il fanalino di coda in Europa nel passaggio alle nuove tecnologie</span>, anche se ci sono però dei fattori che ostacolano una diffusione ulteriore del mobile banking nel nostro paese. È vero, gli italiani sono adottatori entusiasti di smartphone e cellulari, ma la penetrazione del mercato non è ancora completa. E così il 40% degli italiani dichiara di non ricorrere ai servizi bancari mobili semplicemente perchè non ha un tablet o un altro dispositivo mobile di nuova generazione. Senza parlare poi del buon numero di scettici e diffidenti: il 20%, infatti, teme per la sicurezza di dati e transazioni. Analizzando alcuni numeri, si evidenzia come il 76% degli utilizzatori accede almeno una volta alla settimana e in Italia, circa altri 4,5 milioni di persone fruiscono di servizi di Mobile Banking sottoforma di messaggi SMS. Le funzionalità più usate sono state quelle informative come richieste sul saldo e movimenti del conto corrente e i servizi di geolocalizzazione per trovare Bancomat e filiali vicini alla propria posizione.<br />
SI riscontra comunque anche un aumento dell’utilizzo per operazioni dispositive  come ricariche telefoniche e bonifici.<br />
Il livello di soddisfazione medio risulta molto alto grazie soprattutto all’accessibilità in tempo reale, alla velocità e all’autonomia nella gestione del proprio conto. Passando all’offerta, circa il 90% delle banche in Italia ormai offre servizi di Mobile Banking (un bel passo avanti rispetto al 71% del 2011), e l’80% aggiunge almeno un servizio di Trading. All&#8217;estero in più si trasferisce denaro peer-to-peer dal conto corrente a contatti sul telefono, si pagano fatture, e si invia denaro tramite SMS o Facebook.<br />
E sul fronte dei rischi?<br />
Come linea generale tutti i rischi per l’eBanking che colpiscono il computer di casa sussistono anche per il Mobile Banking. Per questo motivo è importante aggiornare periodicamente anche il proprio smartphone e, se possibile, proteggerlo con un programma antivirus e un firewall. Oltre a questo, anche quando si naviga in Internet con lo smartphone è opportuno farlo con una sana dose di diffidenza. Però esistono anche alcuni pericoli specifici per il Mobile Banking. Ad esempio, già solo per gli smartphone con sistema Android si contano 150.000 app infette. Il software dannoso opera solitamente in background ed è difficile da riconoscere. Un importante provvedimento di sicurezza in questo senso è quello di vietare l’installazione di software proveniente da fonti sconosciute nelle impostazioni di Android (si tratta dell’impostazione predefinita).<br />
Per prevenire che persone non autorizzate possano accedere ai dati e alle applicazioni del dispositivo mobile, è opportuno attivare il blocco con codice dell’apparecchio. Però bisogna anche prestare attenzione a non far vedere a nessuno i propri dati di accesso e all’uso della procedura mTAN per il Mobile Banking, dato che le transazioni vengono effettuate sullo stesso dispositivo su cui si ricevono anche i codici per le transazioni  (viene infatti meno il vantaggio in termini di sicurezza legato all’uso di due canali di comunicazione indipendenti l’uno dall’altro).<br />
Infine un rapido cenno a una delle truffe più ricorrenti che ha come bersaglio il remote banking è rappresentata dal phishing, ovvero il tentativo di ottenere dati sensibili attraverso cui accedere ad un conto corrente on line.<br />
Agendo con circospezione si può però evitare ogni rischio. In generale, è indispensabile avere sempre sotto controllo la propria situazione creditizia per assicurarsi che non vengano compiute illegalmente operazioni a proprio nome.<br />
Se si accede invece tramite internet, proteggete il vostro computer o smartphone da hacker e truffatori adoperando antivirus, antispaywar e una memoria esterna per conservare documenti sensibili e riservati. Scrivete direttamente l’indirizzo nella barra di navigazione e non accedete mai attraverso i link presenti in e-mail, anche apparentemente provenienti dalla vostra banca. Per maggiore tranquillità, è possibile verificare, in modo immediato, l’attendibilità del sito a cui avete avuto accesso, cliccando sull’icona del lucchetto presente nel browser di navigazione. Utilizzate inoltre carte prepagate con importi limitati per fare acquisti online. Strumenti di certa rilevanza, forniti dalle banche per la sicurezza sia nel caso dell’accesso telefonico che tramite internet, sono piccoli generatori di codici di accesso, one time, utilizzabili solo una volta. Alcune banche rilasciano anche applicazioni da installare per generare password dispositive direttamente dal vostro cellulare. In generale, è possibile controllare le spese sull&#8217;estratto conto e utilizzare il servizio di avviso tramite sms per sapere quando viene utilizzata la carta di credito o il bancomat per un prelevamento. Alcuni istituti di credito offrono delle transazioni internet blindate, ma sono ancora sprovvisti di una simile protezione per le transazioni mobile. Inoltre, percepiscono il tema della sicurezza come un obbligo di legge e un costo da trasferire sul consumatore finale, piuttosto che come un fattore in grado di generare nuove opportunità di business!</p>
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		<title>Il Made in Italy ….a rischio di estinzione!!!</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jul 2013 16:49:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Qualche settimana fa, leggendo alcuni articoli in merito al Made in Italy, mi ha molto colpito l’affermazione di Ermanno Scevrino secondo la quale entro una generazione, il Made in Italy” sarà scomparso. Secondo il designer infatti, cito testuali parole: “la moda inizia a contemplare la propria estinzione, perchè non è più in grado di procurarsi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-428" title="Made in italy" src="http://www.cristianomarasca.it/wp-content/uploads/2013/07/Made-in-italy-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Qualche settimana fa, leggendo alcuni articoli in merito al Made in Italy, mi ha molto colpito l’affermazione di Ermanno Scevrino secondo la quale entro una generazione, il Made in Italy” sarà scomparso. Secondo il designer  infatti, cito testuali parole: “la moda inizia a contemplare la propria estinzione, perchè non è più in grado di procurarsi gli artigiani che finora hanno contribuito al successo dei marchi italiani più famosi nel mondo. Modellisti, sarti, tagliatori, ricamatrici, tutte le figure professionali che trasformano un’idea in un prodotto finito, non trovano eredi che li sostituiscano”. Quando poi questo tipo di preoccupazione viene condivisa da un pò tutte le Aziende del lusso, la questione diventa ancor di più degna di ulteriori riflessioni.<br />
Nella moda in particolare, la maggior parte dell’indotto  è composto da artigiani. Nonostante le ottime condizioni lavorative e il sostegno all’apprendistato da parte del Governo,  malgrado la disoccupazione giovanile sia al 35% e lo stipendio netto annuale ad es. di un tagliatore di pelli parta da 18mila euro, le aziende non riescono ad avere candidati.<br />
Questo perché gli italiani tendono a guardare dall’alto al basso i lavori manuali e, erroneamente, sono portati a considerare il titolo universitario, qualunque esso sia, come la migliore garanzia per un posto di lavoro.<br />
Il discorso non si limita solo al settore della moda; secondo le associazioni di riferimento, mancano Panettieri, Falegnami, Pizzaioli e sembra non sia affatto facile reperirli nel mercato del lavoro, in particolare se si richiede manodopera Italiana.<br />
Tornando al settore della moda, sempre secondo la Federazione Italiana Pubblici Esercizi   pur essendo vero che ai livelli più bassi delle imprese del settore sono stati persi quasi 100.000 posti di lavoro a partire dall’inizio della crisi e che una buona fetta della produzione è stata spostata verso i più economici Paesi emergenti, il fabbisogno occupazionale è così elevato che alcune aziende hanno cominciato a strappare risorse Umane dai propri concorrenti (ciò permette ai candidati di negoziare condizioni economiche più vantaggiose).<br />
Altre aziende, invece  importano dall’estero quelle competenze che non trovano in Italia.<br />
Questo porta ad un secondo problema: In molti sono stati accusati di attaccare un’etichetta con scritto “Made in Italy” su capi prodotti all’estero e ultimati in Italia; ma è corretto?<br />
Cosa significa realmente “Made in Italy”?</p>
<p style="text-align: justify;">“Con l&#8217;espressione inglese made in Italy, si indica il processo di rivalutazione della produzione artigianale e industriale italiana che ha spesso portato (soprattutto negli anni ottanta) i prodotti italiani ad eccellere nella competizione commerciale internazionale.<br />
La dicitura &#8220;made in Italy&#8221; è diventata negli anni un vero e proprio marchio (brand); è il terzo al mondo per notorietà, dopo i marchi Coca-Cola e VISA.<br />
All&#8217;estero infatti, i prodotti italiani hanno nel tempo guadagnato una fama (con corrispondente vantaggio commerciale) tale da costituire una categoria a sé.<br />
Sono generalmente riconosciute al prodotto italiano medio, o quantomeno ci si attende che esso presenti, notevoli qualità di realizzazione, cura dei dettagli, fantasia del disegno e delle forme, durevolezza”.<br />
Nella realtà dei fatti apporre la bandiera italiana, la dicitura Italy, o made in Italy su un prodotto, è possibile per riferirsi alla parte imprenditoriale del produttore, mentre quella produttiva (coloro che materialmente lavorano il prodotto) vera e propria può trovarsi ovunque.<br />
Basta quindi che il prodotto sia «pensato o disegnato» da un imprenditore italiano, per potersi tranquillamente fregiare di tale marchio, anche se questo è costruito in un qualsiasi altro luogo.<br />
Nel 2009 è stata emanata una legge per tutelare il made in Italy: il decreto legge nº 135 del 25 settembre 2009 contiene l&#8217;art. 16 dal titolo Made in Italy e prodotti interamente italiani.<br />
Questo ha portato al pieno riconoscimento del 100% Made in Italy e la conseguente emanazione della garanzia attraverso la certificazione.<br />
Pertanto oggi non è solo una scelta di qualità e status symbol che sublima il prodotto &#8220;100% Made in Italy&#8221; ma un indispensabile atto di comunicazione.<br />
Il marchio &#8220;100% Made in Italy&#8221;, applicabile a qualunque settore, è parte integrante del prodotto il cui pregio lo rende unico e correttamente apprezzato dal consumatore.<br />
Con la certificazione, l&#8217;azienda che se ne fregia, riesce quindi a comunicare correttamente il valore del prodotto di qualità realizzato interamente in Italia.<br />
Il Marchio 100% Made in Italy viene rilasciato dopo una attenta serie di controlli sulla qualità, lo stile, i materiali e molte altre fasi della produzione, tutte certificate Made in Italy dal marchio di tutela.<br />
I controlli sono volti a certificare che l&#8217;intero ciclo produttivo del prodotto sia totalmente realizzato in Italia.<br />
La certificazione del Made in Italy è la sola che garantisca l&#8217;autenticità del prodotto.<br />
Per concludere vorrei far riflettere su come la grande qualità artigianale e manifatturiera italiana diventa un’arma spuntata se ci limitiamo a pensarla in contrapposizione con la produzione di valore immateriale (brand). Al contrario può restare un punto di forza se diventa parte di un processo di innovazione più ampio nel quale il brand gioca un ruolo chiave.</p>
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		<title>Crowdfunding: tu progetti, il web ti finanzia</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jun 2013 17:21:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ad ispirare questo mio nuovo Post del mio Blog, sono state le difficoltà che molte imprese giovani (e di giovani) con cui sono quotidianamente in contatto mi segnalano, quando hanno necessità di finanziare progetti ed iniziative magari un po’ al margine rispetto ai classici schemi. Crowd sta per folla, funding per finanziamento. Proporre un progetto [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-404" title="Crowdfunding" src="http://www.cristianomarasca.it/wp-content/uploads/2013/06/Crowdfunding-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Ad ispirare questo mio nuovo Post del mio Blog, sono state le difficoltà che molte imprese giovani (e di giovani) con cui sono quotidianamente in contatto mi segnalano, quando hanno necessità di finanziare progetti ed iniziative magari un po’ al margine rispetto ai classici schemi.<br />
Crowd sta per folla, funding per finanziamento.<br />
Proporre un progetto al giudizio delle rete e ricavarne i capitali per realizzarlo: questo è il <strong>crowdfunding</strong>.<br />
In sostanza,  è una tecnica di finanziamento che permette di recuperare fondi chiedendo piccole somme ai cittadini della rete e realizzare grandi progetti.<br />
Anche se il meccanismo sembra semplice, è una cosa serissima; addirittura c&#8217;è chi pensa che possa essere l&#8217;ancora di salvezza per piccoli imprenditori, artisti e creativi in questi tempi di crisi infinita. Perché  se l&#8217;idea è buona i soldi arrivano, e tutto avviene alla luce del sole attraverso una delle tante piattaforme che permettono di raccogliere i soldi in questo modo.<br />
A dimostrazione che tutto ciò è possibile (anche in Italia), basta analizzare il caso della nostrana <a href="http://www.kickstarter.com/projects/escape/eternity-dice-earth-edition?ref=city" target="_self"><strong>Escape Studios</strong></a> , la startup vesuviana che è riuscita a farsi finanziare attraverso la creazione di dadi da gioco in pietra lavica (che alle pendici del Vesuvio abbonda). Per dare un’idea del movimento di capitali (che finanziano le iniziative più disparate) il solo Kickstarter, uno tra i più famosi siti di crowdfunding, nel 2012 ha raccolto 320 milioni di dollari distribuendoli tra 18 mila progetti.<br />
Però è bene sapere che, oltre ad avere una buona idea,  il crowdfunding richiede impegno e cura dei dettagli; in particolare, una volta lanciato un progetto online bisogna farlo conoscere attraverso i social network, partendo dai propri amici.<br />
Inoltre bisogna fissare un budget: se non si supera quello c&#8217;è il rischio di restare a bocca asciutta.<br />
I siti di crwodfunding infatti adottano quasi sempre il sistema di finanziamento AoN (all or nothing) e prelevano i soldi dal conto dei finanziatori solo se l&#8217;iniziativa raggiunge il risultato sperato. Una scommessa con la buona sorte che spinge anche a non essere esosi nelle proprie pretese.<br />
Da fine marzo poi la <strong>Banca Interprovinciale</strong> ha lanciato una piattaforma web per il “finanziamento della folla”: COM UNITY. Si tratta di un piccola e giovane realtà nata tra Bologna e Modena.<br />
Tre sportelli e meno di 100 milioni di raccolta, ma è significativo che <strong>un sistema sviluppatosi come alternativa al sostegno bancario</strong> venga adesso adottato da una banca.<br />
La novità vera sta appunto nel fatto che la raccolta, attraverso i canali digitali e social, è finalizzata a un<strong> </strong><strong>progetto di business</strong>. La banca non raccoglie e poi decide cosa fare in base alle sue imperscrutabili logiche, ma è il risparmiatore a scegliere dove mettere il suo capitale, piccolo o grande che sia, diventando così investitore in prima persona.<br />
Un segnale importante per il crowdfunding, proprio mentre la Consob è alle ultime battute per definire le regole di funzionamento.<br />
Segnale importante dicevo anche se la legge, per come è strutturata oggi, prevede il crowdfunding solo per le startup innovative, che hanno purtroppo tanti limiti: ad es. non possono distribuire utili, chi ne possiede le azioni non può venderle e chi le compra deve tenerle per almeno due anni. Difficile capire chi investirà i propri soldi con tutti questi vincoli.<br />
Inoltre la domanda sorge spontanea: In uno stato come l’Italia, dove le piccole e medie Imprese la fanno da padrone, perché escludere proprio quest’ultime, nocciolo imprescindibile della nostra Economia?</p>
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		<title>Il Business Plan</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 16:27:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Business Plan è un documento utilizzato per pianificare un progetto imprenditoriale, la cosiddetta “Business Idea”. Tale strumento aiuta a valutare la realizzabilità di un progetto tenendo conto sia delle caratteristiche aziendali, che dei fattori esterni che interagiscono con l’azienda. A differenza di quanto comunemente si crede, il Business Plan costituisce quindi il processo successivo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-397" title="bp" src="http://www.cristianomarasca.it/wp-content/uploads/2013/06/bp1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Il Business Plan è un documento utilizzato per pianificare un progetto imprenditoriale, la cosiddetta “Business Idea”.<br />
Tale strumento aiuta a valutare la realizzabilità di un  progetto tenendo conto sia delle caratteristiche aziendali, che dei fattori esterni che interagiscono con l’azienda.<br />
<span style="text-decoration: underline;"> A differenza di quanto comunemente si crede, il Business Plan costituisce quindi il processo successivo a quello di valutazione di fattibilità della Business Idea.</span><br />
Il Business Plan costituisce un documento descrittivo del progetto imprenditoriale che si vuole realizzare e va ad ad analizzare le modalità di sviluppo di ogni area aziendale dal punto di vista strategico ed operativo; a tal fine, è fondamentale che la descrizione sia completa e dettagliata.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Il business plan ha come scopo primario quello di chiarire ai promotori del progetto come si svilupperà la loro impresa, cercando di evitare errori che diventerebbero troppo costosi da correggere una volta commessi.</span><br />
Ha poi l’obiettivo di convincere i finanziatori esterni dell’impresa che il progetto che si andrà a realizzare, oltre ad essere credibile, sarà in grado di remunerare adeguatamente il loro capitale investito. Quindi è fondamentale utilizzare un linguaggio professionale e chiaro, tenendo conto che i soggetti che potranno analizzarlo potrebbero non avere conoscenze specifiche nel settore.<br />
Tutti i potenziali finanziatori hanno però un comune obiettivo nella lettura di tale strumento, ossia capire se il progetto nel quale andranno ad investire il loro capitale è sufficientemente credibile e di conseguenza potrà generare un adeguato ritorno finanziario.<br />
Non potranno quindi mancare dati numerici ed informazioni precise sui rendimenti finanziari che l’azienda, in una visione comunque realistica e consapevole dei rischi di mercato, sarà in grado di generare.</p>
<p>In generale, è possibile sintetizzare alcune regole che portano ad una corretta redazione del Business Plan:</p>
<ul>
<li>Si dovranno presentare i soggetti coinvolti nel progetto, descrivendone competenze, formazione e il ruolo;</li>
<li>E’ opportuno specificare la forma giuridica della società e la composizione del capitale;</li>
<li>Il numero delle pagine dovrà essere coerente con la tipologia e complessità del progetto presentato e comunque non superiore alle 40/50 pagine;</li>
<li>Dovrà essere presente un indice che elenchi ogni argomento trattato nel testo con relativa indicazione del numero di pagina;</li>
<li>Oltre che alla descrizione del progetto, devono essere riportati anche dati e valori numerici a supporto di quanto sostenuto;</li>
<li>Lo sviluppo previsionale deve coprire un periodo di medio-lungo periodo (attorno ai 5 anni) con un livello di dettaglio maggiore per i primi anni;</li>
<li>All’inizio del Business Plan dovrà esserci un executive summary, cioè una descrizione sintetica del contenuto del progetto.</li>
</ul>
<p>Allo stesso modo sarebbe opportuno evitare alcuni errori, tipici nella formulazione del documento:</p>
<ul>
<li>Scrivere molte decine di pagine senza specificare la missione aziendale;</li>
<li>Non esplicitare l’ammontare di capitale richiesto;</li>
<li>Sostenere prospettive di crescita irreali;</li>
<li>Enfatizzare eccessivamente le caratteristiche del prodotto.</li>
<li>Non considerare gli ostacoli esterni e una situazione futura diversa da quella attuale.</li>
</ul>
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